Vita da crafter

Chi vende handmade è un evasore?

Ciao a tutti! Torno dopo mesi a scrivere in questo spazietto virtuale lasciato un po’ a sé stesso causa arrivo di un secondo bimbo in famiglia, perché vorrei provare a fare un sunto su un tema caldo in ambito handmade che sta imperando sui social negli ultimi giorni.

In concomitanza con la Fashion Revolution Week, la settimana dedicata alla sensibilizzazione verso la moda sostenibile sotto l’hashtag #whomademyclothes nato a seguito del disastro della fabbrica di abbigliamento Rana Plaza in cui il 24 aprile 2013 sono morte 1138 persone e altrettante ferite gravemente (per maggiori informazioni vi rimando al sito www.fashionrevolution.org o per un’idea generale sul tema al canale Youtube di Carotilla), è sorta in Italia una campagna social parallela, #sonounapiva, applicabile al mondo degli artigiani che fanno handmade.

Alessandra_di_byalis_sonounapivaPotete trovare i dettagli su Instagram nei post e nelle stories di Bettyconcept, da cui tutto è partito, e di Spora e Alessandra di Byalis, che tra l’altro ha realizzato degli schemini a prova di dummies. Il succo è che non si può parlare solo di moda etica e sostenibile senza parlare anche di etica del lavoro, e nello specifico senza lavorare in regola sotto tutti gli aspetti, compreso quello fiscale. Nel mondo dell’handmade infatti ci sono tantissime persone che producono come se fossero vere e proprie attività imprenditoriali senza sottostare a nessun regime fiscale, banalmente senza pagare le tasse, evadendo. Questo perchè si appigliano, ingiustamente, alla possibilità, prevista dalla legge per gli hobbisti, di non dichiarare nella denuncia dei redditi i proventi.

 

In generale si intende per hobbista chi fa handmade e vende a singoli o nei mercatini sotto un incasso (incasso, non guadagno) di 4800 euro l’anno e se NON ha altre fonti di reddito. Ad esempio chi è lavoratore dipendente e vende anche proprie creazioni, deve dichiararne i proventi in un quadro specifico della denuncia dei redditi. I prodotti singoli non devono avere valore superiore ai 250 euro, e l’attività deve essere svolta occasionalmente e in modo saltuario, ad esempio non si può partecipare a mercatini ricorrenti come quelli che si ripetono tutte le settimane nella stagione estiva. Va rilasciata ai compratori una ricevuta non fiscale, a cui deve essere apposta marca da bollo se il valore è superiore ai 77 euro. E NON è possibile vendere online, la normativa attuale non prevede la vendita sui marketplace, anche se complessivamente si rientra nel limite dei 4800 euro. Li si può utilizzare solo come vetrina, SENZA l’esposizione dei prezzi, e senza usarli per la vendita. A seconda del Comune di riferimento serve il tesserino da hobbista o, in caso di Operatore dell’Ingegno, un’autocertificazione. Per qualunque mercatino è sempre cosa buona chiedere agli organizzatori quale sia la normativa da rispettare e informarsi col Comune in cui si svolge.

Chiunque operi al di fuori di questi limiti è un evasore. Per maggiori dettagli vi mando a questo articolo.

Ho letto diversi commenti e post che tacciavano la campagna #sonounapiva di eccessiva aggressività nei confronti di chi fa handmade, io invece non la penso assolutamente così, credo invece che sia stata un’opera informativa preziosa per chi si sta approcciando all’artigianato o anche per chi da anni crea da hobbista e non aveva forse ben chiaro quale fosse il regime fiscale cui fare riferimento, oltre che naturalmente per i consumatori, che possono così decidere di fare acquisti consapevoli.

Io ad esempio non ero completamente in regola per la parte dell’online. Sapevo infatti che chi non possiede partita iva non può vendere su un proprio sito ma credevo, erroneamente,  che lo si potesse fare sui marketplace stando sotto la famosa soglia dei cinquemila. Avevo perciò aperto uno shop su Etsy, ma non avendogli dedicato tempo ed energie non avevo ancora venduto nulla, quindi in realtà non ho evaso nemmeno un euro. Ora ho disattivato tutte le inserzioni e vedrò se conservarlo come vetrina o aspettare di ripristinarlo in futuro, quando avrò capito che respiro voglio dare al progetto Ledueluci. Per lo stesso motivo, avendo al momento zero tempo per partecipare a mercatini o realizzare creazioni su richiesta, sono ampiamente sotto la soglia economica, mi limito a vendere col passaparola i pochi pezzi che riesco a cucire quando i bimbi dormono. Le entrate al momento servono più che altro a coprire i costi del materiale craft che ho per casa (e per giustificare al marito l’acquisto compulsivo di nuovi gadget).

Se un giorno decidessi di provare veramente a farne un lavoro so quindi quali sono gli step necessari da affrontare, sicuramente cercherei un commercialista che si occupa già di altre artigiane per fugare qualunque dubbio residuo.

Nel frattempo continuerò ad osservare con attenzione il panorama italiano delle crafter, perché fare rete è l’unico modo per imparare e crescere. Consiglio anche a chi si sta approcciando a questo meraviglioso mondo di cercare modelli di riferimento per capire quali sono le buone pratiche, magari unendosi ad associazioni di crafter (per l’Emilia Romagna vi segnalo il Labbo). Io non posso dire #sonounapiva, ma posso però affermare #sonoinregola, che poi è il senso di tutto il movimento. E dal mio angolino craft passo e chiudo, ci risentiamo quando i miei piccoli unni mi ridaranno tregua!

ledueluci_sonoinregola

2 pensieri riguardo “Chi vende handmade è un evasore?

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